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DiSalvatore Torsi

Il malessere economico come malessere personale

Chi la vita se la toglie e chi fa affari – La Gazzetta del Mezzogiorno

Padova. Laureato in Psicologia da quattro anni, si impicca con una corda appesa all’inferriata del bagno di casa. Lascia un messaggio di addio ai genitori ed agli amici. Non riusciva a trovare un impiego. Aveva difficoltà economiche. Tanto da mettere in vendita la sua abitazione. Né gli era andata a buon fine un’idea che lui stesso considerava vincente: lo psicologo a domicilio, per infermi, anziani ed altri soggetti con problemi di mobilità. Nessun paziente, purtroppo. La sorella cerca di contattarlo telefonicamente per ventiquattro ore, senza riuscirsi. Lei e i genitori risiedono infatti sull’isola d’Elba. David non può più rispondere a nessuna chiamata. D’altronde la solitudine di chi perde il lavoro oggi è acuita dalla perdita di solidarietà sindacale: non si lotta più insieme, si sale in gruppetti sui tetti e ci si incatena ai cancelli. Atroce la vicenda di Marmorta, una frazione di Molinella, in provincia di Bologna. Qui si toglie la vita un disoccupato, da tempo in cassa integrazione, che teme di non poter più mantenere la sua famiglia. Anche lui decide di impiccarsi e lo fa nel garage della propria abitazione.

Il caso della France Telecom ha stabilito un precedente che impensierisce le aziende. Succede infatti che i tribunali francesi considerino sempre più spesso i suicidi legati a vicende professionali come vere e proprie morti sul lavoro, con relative sanzioni. Nascono allora società specializzate nel prevenire gesti irreparabili. Alcune di esse si chiamano Psya, Preventis, Ifas e Stimulus. Il loro servizio diventa ormai nevralgico: è quello di offrire sostegno psicologico. E rende parecchio. Ne dà conto Emmanuel Charlot, direttore partnership e sviluppo di Psya: «Basta pensare che il nostro fatturato nel 2009 ha subìto una forte accelerazione (+52%) rispetto al 2008: si tratta della più forte crescita del nostro giro d’affari dalla nascita della società. E questo è molto rivelatore». Un suicidio in ditta procura danno di immagine. Al contrario, promuovere all’esterno un’impressione di buon trattamento accresce il fatturato ed attira candidati. Alla Google si afferma esplicitamente che serve «da parte delle aziende per accattivare nuovi talenti e raggiungere risultati economici migliori». Il direttore generale della Stimulus, Patrick Legeron dichiara che la richiesta di consulenza psicologica «è in forte aumento» da parte delle aziende francesi. «Molte imprese che non si interessavano a questo fenomeno si sentono ormai obbligate ad affrontare il problema: a spingerle purtroppo è soprattutto la paura di trovarsi confrontati agli stessi fenomeni più che la semplice volontà di creare benessere ai propri dipendenti».

Un operaio trentacinquenne di Brembate, in provincia di Bergamo, si toglie la vita diventando una torcia umana. Si cosparge di benzina, appicca il fuoco e riporta ustioni sulla maggior parte del corpo. Muore il giorno dopo al centro grandi ustionati di Verona. Inutile l’intervento di una donna, che cerca di spegnere il rogo con un piccolo estintore per spegnere le fiamme. I soccorritori tentano inoltre di rianimarlo. Invano. All’origine del gesto, il fallimento della ditta di Zingonia, sempre in provincia di Bergamo, presso la quale l’uomo lavorava. Per darsi alle fiamme, ha scelto la zona industriale del centro in cui risiedeva.\r\n Sarà che il lavoro nobilita l’uomo, però oggi è la prima fonte di stress per 54% degli abitanti del pianeta. In Giappone, trentamila persone all’anno muoiono di karoshi, il superlavoro. Una forma deviata di suicidio. I concetti di flessibilità e mobilità, cari agli economisti, significano, per chi li subisce, paura del futuro.

Il problema della perdita di lavoro sta diventando particolarmente serio. Aldilà del danno economico che, comunque, non va sottovalutato, in gioco c’è molto di più.

La disoccupazione, associata a fattori sociali come un basso grado di scolarizzazione, caratteristiche personali e problemi di salute, è una fattore di rischio per suicidio e morti precoci. La persona che perde il lavoro si sente spesso solo, con il peso delle responsabilità da portare sulle proprie spalle e con un grosso senso di colpa. È proprio la solitudine, unita ad un senso di sfiducia che pervade tutta l’esistenza futura, a rappresentare i punti di rottura che portano alle manifestazioni più intense di malessere. D’altra parte gli studi di correlazione fra tassi di disoccupazione e suicidi sono noti ed enfatizzano non la mancanza di lavoro in sé, quanto piuttosto la sfiducia nel trovare un impiego in tempi brevi.

Il problema in gioco riguarda certamente il riconoscimento del proprio valore e della propria identità, così come la possibilità di mobilitare risorse interne per affrontare un evento così stressogeno. È importante focalizzare l’attenzione sopratutto su queste ultime, per riuscire ad affrontare un disagio sicuramente debilitante e fonte di stress nell’immediato, ed integrarlo in un ciclo di vita che prevede, certamente, anche questo genere di cambiamenti.

 

Per approfondire: 

Dooley D, Fielding J, Levi L. Health and unemployment. Annu Rev Public Health. 1996;17:449-465.

Hammarstrom A. Health consequences of youth unemployment; review from a gender perspective. Soc SdMed 1994,38(5):699-709.

Iversen L, Andersen 0, Andereen PK, Cbristoffersen K, Keiding N. Unemployment and mortality in Denmark, 1970-80. BMf. 1987:295:879-884.

Jin RL, Sbab CP, Svoboda TJ. Tbe impact of unemployment on health: a review of the evidence. CMAJ. 1995;153(5):529-540.

Jaboda M. The impact of unemployment in tlie 1930s and the 1970s. Bull Br Psychol Soc. 1979:32: 309-314.

Kasl SV, Jones BA. The impact of job loss and retirement on bealtb. In: Berkman LF, Kawachi 1, eds. Sodal Epidemiology. New York. NY: Oxford University Press; 2000:118-136.

Levi L. Psycbosocial environmental factors and psychosoeial mediated effects of physical environmental factors. Scandf Work Environ Health. 1997:23(suppl 3): 47-52.

Mathers CD, Scbofield DJ. The health consequences of unemployment: the evidence. MedJ Aust. 1998;168:178-182.

Platt S. Unemployment and suicidal bebaviour: a review of the literature. SocSdMed 1984;19(2):93-115.

Wilson SH, Walker GM. Unemployment and health: a review. Public Health. 1993;107:153-162.’,

DiSalvatore Torsi

Affrontare l’ansia da prestazione sportiva

Nuove leggi sulla stupidità Tipi intelligenti che fanno fesserie Lo psicologo Paolo Legrenzi sfida Carlo M. Cipolla: anche le persone più brillanti possono compiere atti insani e creare danni a se stessi e al prossimo. Dagli scandali sessuali alla crisi della finanza di Armando Massarenti

Martin Heidegger riferendosi alla propria convinta adesione al nazismo nel 1933, avrebbe poi dichiarato, minimizzando più del dovuto, di aver fatto «una fesseria» (eine Dummheit). Dunque ha ragione Paolo Legrenzi: Non occorre essere stupidi per fare sciocchezze. E lo si vede bene in una serie di casi paradigmatici, esaminati con gli strumenti delle scienze cognitive, che riguardano uomini di potere oggi alla prese con la sempre cangiante sfera pubblico-privato. Il generale De Gaulle, rispetto all’eventualità di liberarci per sempre di tutti gli stupidi esclamò «Vaste programme!». Legrenzi ci propone un programma più realistico: proviamo almeno a eliminare i presupposti che possono spingere ognuno di noi a fare una sciocchezza – magari meno grave di quella di Heidegger – di cui poi sicuramente ci pentiremo. Sì, perché la stupidità è sempre in agguato, anche in un mondo in cui, tutto sommato, a dar retta all’«effetto Flynn», il quoziente intellettivo è in costante aumento. Lo aveva già capito Robert Musil, nel suo saggio Sulla stupidità, e Carlo Maria Cipolla aveva addirittura cercato di individuare «Le leggi fondamentali della stupidità umana» in un esilarante volumetto, Allegro ma non troppo, uscito nel 1988 e costantemente ristampato fino a diventare il maggiore long-seller del Mulino. Catalogando in un grafico l’umanità e dividendola in intelligenti (che fanno il proprio vantaggio e quello altrui), sprovveduti (che danneggiano se stessi e avvantaggiano gli altri), banditi (che danneggiano gli altri per trarne vantaggio) e stupidi (che danneggiano gli altri e se stessi), Cipolla concludeva che «lo stupido è più pericoloso del bandito» e che «sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione». Ma se davvero vogliamo affrontare fino in fondo le leggi della stupidità, aggiunge Legrenzi, dobbiamo pensare che ciò che tendiamo davvero a sottovalutare è la probabilità di fare noi stessi cose stupide. Nel mondo di Legrenzi e di Musil, al contrario che in quello di Cipolla e di De Gaulle, la stupidità finisce per riguardarci tutti assai da vicino. Le sue leggi sono inesorabili, ma possiamo provare a fronteggiarle con saggezza e con un po’ di astuzia, più o meno alla maniera di Ulisse alle prese con il canto delle sirene. Per arrivare a esporre le sue regole di saggezza pratica, Legrenzi affronta alcuni casi paradigmatici: Bill Clinton e Monica Lewinsky; quello, sempre a sfondo sessuale, di Piero Marrazzo; e quello, di altro genere, di Calisto Tanzi (che, tra le varie corbellerie, ha cercato di vendere i quadri nascosti dal genero e di cui negava l’esistenza subito dopo la trasmissione Report che ne parlava e tramite trattative telefoniche subito intercettate). I tratti comuni delle odierne corbellerie sono i seguenti. La stima errata del rischio, basata su quello che ci è successo in passato e sul fatto che spesso l’abbiamo fatta franca. Il pensiero «desiderante», cioè la tendenza a scambiare i desideri con la realtà. La sottovalutazione del caso nelle vicende umane. L’incapacità di cogliere il cambiamento di clima dell’opinione pubblica (per cui quelle che un tempo erano considerate scappatelle perdonabili non lo sono più). La sottovalutazione delle conseguenze dell’evoluzione degli strumenti tecnologici, e quindi della tracciabilità dei nostri discorsi e dei nostri movimenti. E, last but not least, l’eccessiva fiducia in se stessi (la «over-confidence», un meccanismo cognitivo per il quale, per esempio, pensiamo di essere guidatori migliori di quello che siamo). I consigli pratici individuati da Legrenzi si basano essenzialmente su un’analisi aggiornata, e condita di elementi inediti, di un fenomeno che già Aristotele aveva descritto nei termini dell’akrasìa (debolezza del volere), la mancanza di auto-controllo che fa sì che, pur conoscendo il nostro bene, finiamo per soddisfare oggi desideri di cui sottovalutiamo le conseguenze e di cui ci pentiremo domani. «La psicologia contemporanea – scrive Legrenzi – sviluppa la questione in questi termini: come si fa a perseguire uno scopo che, nei tempi lunghi, è benefico, quando tale scopo è in conflitto con ricompense e soddisfazioni immediate?». Il paradigma di Ulisse alle prese con il canto delle sirene suggerisce due soluzioni. Una, paternalistica, è quella che Ulisse adotta per i suoi marinai, cui ordina di tapparsi le orecchie con la cera, «efficace nella prevenzione delle eventuali sciocchezze innescate da istinti incontrollabili». La seconda è quella di chi vuol comunque godere del canto delle sirene, mantenendo però il controllo della situazione evitandone gli effetti secondari devastanti. Ed è con questa che si ingaggia l’eterna lotta tra la nostra intelligenza volpina e la fesseria (condita di sfiga) che è sempre in agguato.

Come evitare le scelte sbagliate, dette anche volgarmente “stupidaggini”? Una regola univoca, ovviamente, non c’è, perché ciò che rappresenta un sciocchezza per una persona potrebbe rappresentare un’opportunità per un’altra. La saggezza popolare indica una serie di strategie (alcune valide come liste di pro e contro, altre un po’ meno, come il lancio di una monetina) per ridurre al massimo il margine di errore o, ancora meglio, di impulsività. Perché esiste una percezione diffusa che sia l’impulsività a minare la nostra capacità di giudizio e di conoscenza del problema. Non sempre è così. L’impulsività ci salva in moltissime situazioni critiche, è una risorsa fondamentale in termini di rapporto risultati/tempestività dell’azione e non andrebbe accantonata senza appello. Ci mette nei guai, invece, quando si esprime non per tirarci fuori dalle situazioni problematiche, ma quando si mobilita per riprodurre dinamiche comparse in passato. Nell’azione d’impulso l’informazione, non essendo processata dalla grande macchina che produce il pensiero, tende spesso ad agire di rimessa, riproponendo scelte e situazioni non ancora risolte. Con l’impulsività si pagano i conti lasciati in sospeso, e se quei conti sono salati, ecco che ci si fa male. Anche ripetutamente. Fondamentale è, quindi, cercare di riuscire ad isolare il problema nella sua centralità nel percorso di vita del momento, liberandolo dai residui del passato e chiudendo quelli che ho chiamato “i conti in sospeso”. Perché senza debiti, si sa, si vive meglio.

DiSalvatore Torsi

Le conseguenze a lungo termine del divorzio dei genitori

Molto spesso marito e moglie, dopo un divorzio, hanno una visione a breve termine di come sarà la loro relazione futura e delle conseguenze che questa avrà sui figli. È fondamentale, a tal proposito, mettere in luce fin da subito questo aspetto come di nucleare importanza per lo sviluppo ed il benessere dei figli.

Mantenere una buona relazione dopo il divorzio è, infatti, uno dei fattori predittivi che maggiormente aumenta il benessere dei figli ed è importante per i genitori focalizzare come vedranno il loro rapporto negli anni a venire e come credono di comportarsi in occasioni importanti nella vita dei figli come Comunione, matrimonio o laurea.

Subito dopo il divorzio è generalmente il padre a ritagliarsi un ruolo più marginale nella vita dei figli e a considerarsi meno importante. A tal proposito è bene considerare quanto importante sia per lo sviluppo dei figli che questi siano in contatto con lui e che sia coinvolto nella loro vita.

Uno studio di Constance Ahrons (“Family Ties After Divorce: Long-Term Implications“, 1999) ha messo in luce le conseguenze a lungo termine sui figli del divorzio dei propri genitori:

    • I genitori cooperativi rendono il terreno fertile per permettere di sviluppare relazioni migliori nel sistema familiare (fra figli e genitori, fra figli e genitori acquisiti, fra fratelli e sorelle);
    • Mantenere una buona relazione dopo il divorzio è uno dei fattori che maggiormente aumenta il benessere dei figli;
    • Spesso il nuovo matrimonio di uno dei due genitori (generalmente il padre) è visto come evento ancora più stressante rispetto al divorzio stesso;
    • C’è una correlazione fra il deterioramento del rapporto con il padre e quello dei parenti a lui affini (nonni paterni, nuova moglie, fratelli e sorelle acquisiti).

È importante, dunque, riuscire a capire che sebbene il divorzio in sé rappresenti un momento particolarmente difficile per tutta la famiglia, le dinamiche che si creano subito dopo e negli anni a venire possono essere responsabili del benessere o meno dei figli.

I buoni divorzi (se è possibile definirli così) sono quelli in cui i figli possono continuare a mantenere buoni rapporti con entrambi i genitori e quelli in cui questi ultimi riescono a minimizzare i conflitti di coppia facendo sì che i figli possano mantenere un senso alla propria famiglia biologica.

Le separazioni non sono semplici da affrontare per nessuno, ma ponendosi in una prospettiva più a lungo termine, è possibile riuscire a mitigare gli effetti e permettere una migliore crescita dei figli.

Per approfondire:

Adams, M., & Coltrane, S. (2007). Framing divorce reform: Media, morality, and the politics of family. Family Process, 46, 17-34.
Ahrons, C.R. (1994). The good divorce: Keeping your family together when your marriage comes apart. New York: HarperCollins.
Ahrons, C.R. (1996). Making divorce work. A clinical approach to the binuclear family [Videotape]. New York: Guilford Press.
Ahrons, C.R. (2001). Divorce and remarriage: The children speak out. Research report submitted to the Judicial Council of California, Center for Families, Children and the Courts, San Francisco, CA.
Ahrons, C.R. (2004). WÈre still family: What grown children have to say about their parents’ divorce. New York: HarperCollins.
Ahrons, C.R., & Miller, R.B. (1993). The effect of the postdivorce relationship on paternal involvement: A longitudinal analysis. American Journal of Orthopsychiatry, 63, 441–450.
Ahrons, C.R., & Rodgers, R.H. (1989). Divorced families: A multidisciplinary developmental view. New York: Norton.
Ahrons, C.R., & Tanner, J.L. (2003). Adult children and fathers: Relationships 20 years after parental divorce. Family Relations, 52, 340-351.
Ahrons, C.R., & Wallisch, L. (1987). The relationship between former spouses. In. D. Perlman & S. Duck (Eds.), Intimate relationships: Development, dynamics and deterioration (pp. 269-296). Los Angeles: Sage. Bengtson, V.L., & Allen, K.R. (1993). The life course perspective applied to families over time.
In P. Boss, W. Doherty, R. La Rossa, W. Schumm, & S. Stimmetz (Eds.), Sourcebook of family theories and methods: A contextual approach (pp. 469–498). New York: Plenum Press.
Bernstein, A. (2007). Re-visioning, restructuring, and reconciliation: Clinical practice with complex postdivorce families. Family Process, 46, 67-78.
Brewin, C.R., Andrews, B., & Gotlib, I.H. (1993). Psychopathology and early experience: A reappraisal of retrospective reports. Psychological Bulletin, 113, 82-98.
Cookston, J.T., Braver, S.L., & Griffin, W.A. (2007). Effects of the Dads For Life intervention on interparental conflict and coparenting in the two years after divorce. Family Process, 46, 123-137.
Cowan, C.P., Cowan, P.A., Pruett, M.K., & Pruett, K. (2007). An approach to preventing coparenting conflict and divorce in low-income families: Strengthening couple relationships and fostering fathers’ involvement. Family Process, 46, 109-121.
Hetherington, M.E. (2003). Intimate pathways: Changing patterns in close personal relationships across time. Family Relations, 52, 318-331.
Hetherington, M.E., & Kelly, J. (2002). For better or for worse: Divorce reconsidered. New York: Norton.
Tausig, J.E., & Freeman, E.W. (1988). The next best thing to being there. American Journal of Orthopsychiatry, 58, 418-427.
Wallerstein, J.S., & Kelly, J.B. (1980). Surviving the breakup. New York: Basic Books.
DiSalvatore Torsi

Cosa si nasconde dietro il “troppo amore”

PIERANGELO SAPEGNO PER LA STAMPA – Il nonno, la nonna e la madre gli hanno dato troppo amore: per questo li hanno condannati. Lui oggi ha 13 anni, e vive a Ferrara. È un bambino molto intelligente: la sua maestra dice che è il primo della classe. Ma fino a 7 anni non camminava quasi e non riusciva nemmeno a salire le scale. Solo adesso ha cominciato a camminare. Però, non corre troppo bene.

Non ha mai fatto uno sport, niente, mai una gita, mai una corsa nei prati con gli amici. Non ha mai frequentato nessuno che non fosse la sua famiglia, suo nonno, la nonna e la mamma. Quando non va a scuola, sta chiuso nella sua stanza tutto il giorno, riempito di coccole e di amorevoli carezze, che suscitano lampi di mesta allegria nei suoi occhi di bimbo, neri come due bacche. Fuori, è come se tutto ribollisse dell’essenza pericolosa della vita, del magma recondito di una tragedia. Ha 13 anni, ma non riesce a fare la pipì da solo. Deve avere sempre accanto o sua mamma o suo nonno. E mangiare, può farlo soltanto a casa. Quando l’hanno costretto alla mensa della scuola, s’è chiuso in uno sgabuzzino senza nessuno, come ha raccontato Heinrich Stove, l’avvocato di suo papà. Il fatto è che non ce la fa a mangiare assieme agli altri compagni. Ha paura di loro, come ha paura della vita, perché, semplicemente, nessuno potrà mai amarlo come la sua famiglia.

Il troppo amore è una forma della vita. Molte volte l’abbiamo conosciuto nella cronaca. Genitori adottivi che hanno infranto le leggi, fidanzati impazziti che hanno perso il senso della realtà. C’era stata una mamma che non aveva mandato il figlio a scuola solo perché aveva paura che si ammalasse. L’avevano condannata. Ma questa volta il tribunale di Ferrara gli ha dato una connotazione penale ben precisa: è un maltrattamento di minore. Da oggi, anche per la Giustizia, il troppo amore è un reato, perché è un possesso che esclude il distacco, un affetto che ammorba la vita. Il nonno è stato condannato a tre anni e sei mesi, la mamma a tre anni, la nonna a due: il giudice Silvia Marini ha deciso pene molto più severe rispetto a quelle richieste dalla Procura. In realtà, come poi andrà davvero a finire questa storia, nessuno lo capisce ancora bene.

Il fatto è che il bambino ha paura di tutti, ma odia una sola persona: suo padre. Da dieci anni va avanti questa vicenda, e lui è convinto che è tutta colpa del babbo. La mamma gli ha detto una volta che lo voleva mandare in un istituto di handicappati. Lei non ha un lavoro e nemmeno una rendita, e vive assieme al nonno, che ha una cascina con l’aia alle porte di Ferrara: ci sono dei cani che ringhiano molto furenti dietro al cancello per proteggerli da chiunque voglia avvicinarsi. Lui, il papà, invece, è un signore distinto, che fa il manager a Milano. Il loro matrimonio è andato in crisi subito dopo la nascita del piccolo. È stato quasi subito annullato dalla Sacra Rota. Da allora, in dieci anni, l’uomo «è riuscito a vedere suo figlio soltanto tre volte, e di nascosto», come racconta Heinrich Stove. Per forza, dice che lo odia: gli hanno fatto una testa così. «Noi non volevamo creargli dei problemi sulla sua pelle. Noi volevamo liberarlo per il suo bene. Speriamo che quella famiglia si renda conto che non gli sta facendo del bene, e che questa sentenza permetta al Tribunale dei minori di intervenire».

Però, la verità è che per ora nessuno riesce ancora a portarlo via da quella casa. Lui lo ripete in continuazione, a tutti quelli che sono andati a trovarlo: «Io sto bene qui». Tutti, meno i giornalisti: loro, li hanno cacciati con i cani. Il parroco, invece, quando è venuto in aula a deporre, ha difeso la famiglia: «Sono brava gente». E in effetti «sono brava gente». Solo che stanno bene da soli. I loro difensori, gli avvocati Dario Bolognesi e Elisa Dé Giusti, dicono che «se il piccolo ottiene risultati così ottimi a scuola, questo vorrà pur dire qualcosa. In realtà, i suoi problemi sono quelli di molti bambini della sua età. E odia il padre non perché qualcuno l’abbia plagiato, ma perché è lui che ha voluto questo processo che gli sta rovinando la vita. Solo per questo».

La causa è arrivata per la prima volta dentro ai tribunali nel 2004, e dopo sei anni probabilmente non è ancora finita qui. Fra denunce e controdenunce varie, ha vissuto pure altre condanne. Questa però è la più pesante di tutte, perché stabilisce che il piccolo «è stato vittima di un amore malato, che lo ha iperprotetto senza permettergli di crescere, come i suoi compagni e i suoi coetanei». Non sappiamo se basterà davvero «a liberare» il bambino, se quando si alzerà in piedi riuscirà a guardare con benevolenza i volti intontiti e sazi degli spettatori, se saprà distinguerli, e capire che l’unica cosa che non porta l’amore è la paura. È una verità così semplice che siamo in tanti a non saperla.

Indipendentemente dalla vicenda in sé, il pericolo del “troppo amore” è sempre dietro l’angolo. È un tema certamente legato alla paura dell’abbandono, alle difficoltà dell’emancipazione, dell’autonomia.

È un percorso difficile che bisogna percorrere fin dai primi tempi di vita per portare il bambino ad acquisire una sempre maggiore sicurezza di sé per poter fronteggiare ed affrontare la vita con fiducia e spirito d’iniziativa.

Le problematiche poste al bambino sono legate ad una drammatizzazione dell’esperienza ignota come foriera di conseguenze nefaste e, quindi, paralizzante; alla svalutazione insita nel messaggio: “non sei in grado di farcela da solo”; al disprezzo della socialità, vista come perdita e non come arricchimento.

È un messaggio fortemente debilitante che, in casi estremi come questo, si risolve con quei sintomi sociali che il bambino esprime, non senza difficoltà.

E che nell’adulto, anche se in forma caricaturale, sono presenti nel cinema di Troisi nella persona di “Robertino”: