Archivio degli autori Salvatore Torsi

DiSalvatore Torsi

Lo psicologo in cura

La maggior parte dei professionisti della salute mentale cerca aiuto psicologico almeno un volta nella propria vita, con una frequenza decisamente maggiore rispetto alla stragrande maggioranza della popolazione: mentre solo un quarto delle persone cerca aiuto mentale di qualsivoglia genere, ben il 75% degli operatori si rivolge ai professionisti del benessere psicologico per cercare aiuto. La natura del lavoro dello psicologo lo porta a cercare aiuto non solo per le cause più comuni (affrontare una perdita, depressione, ansia o una crisi personale), ma anche per problemi tipici della professione, come burnout, trauma vicario, controtransfert e così via.

Spesso nel lavoro con le difficoltà altrui molti psicologi (soprattutto alle prime armi e in fase di training) possono mettere i bisogni dell’altro avanti ai propri; nell’affrontare le intense emozioni ed i traumi dei pazienti, possono tendere a controllare le proprie emozioni che stanno vivendo in quei momenti e non trovare un contenitore adeguato nel quale viverle; possono, inoltre, sperimentare un senso di isolamento dovuto alla natura stessa del lavoro. Comportamenti negativi dei pazienti, la mancanza di successi terapeutici e gli obblighi burocratici, possono essi stessi contribuire al burnout, che ha un costo altissimo: difficoltà a trovare nuovi pazienti, difficoltà a mantenere quelli pre-esistenti, performance peggiori.

La depressione è sempre alle porte: la maggioranza degli psicologi intervistati in specifici studi (Pope and Tabachnick, 1994; Gilroy, Carroll, & Murra, 2002) ha avuto almeno un episodio depressivo nella vita, con conseguente ritiro e isolamento. Alla luce di questi fattori di rischio, i benefici di una psicoterapia personale sono notevoli. La maggioranza degli psicologi che cerca aiuto è soddisfatta dei risultati. Dopo una psicoterapia si migliora la comprensione della natura dei problemi dei propri pazienti e si risponde meglio ai loro bisogni. Il successo della propria psicoterapia, inoltre, aumenta la percezione dell’efficacia del proprio lavoro e accresce la consapevolezza di poter aiutare attivamente gli altri. Intelaiando un rapporto con un collega, poi, si vive un minor senso di isolamento e di visione “chiusa” della propria attività: rischio sempre alle porte per gli psicologi che lavorano molte ore in studio. Ci sono delle resistenze – certo – come la difficoltà a trovare un terapeuta adeguato alle proprie richieste, la mancanza di tempo o la mancanza di risorse finanziarie, che spesso celano una realtà molto più dura: la difficoltà ad ammettere il proprio disagio.

Se vuole cercare il proprio benessere, però, anche il professionista della salute mentale deve correre un rischio e affrontare i propri limiti naturali di essere umano e affidarsi ad un collega per risollevarsi con nuove energie e una nuova spinta vitale. Se anche tu hai bisogno di una mano, non esitare a contattarmi al 338.4558919 per fissare un appuntamento presso il mio studio in via Melisurgo 44 a Napoli

DiSalvatore Torsi

Allenamento alla vita

9 mesi in utero non sono un allenamento sufficiente alla vita. Dovremmo continuare ad allenarci ancora per decenni (pensiamo solo che il nostro cervello continua a svilupparsi almeno fino al ventitreesimo anno di età), ma non ne abbiamo la possibilità: in quel lasso di tempo dobbiamo decidere se  prepararci alla vita, o vivere.

Un blocco nella crescita avviene quando non siamo ancora pronti alla vita, eppure per qualche motivo dobbiamo esserlo e rispondiamo con le armi spuntate di cui siamo muniti. Da quel momento in poi quella risposta (o quel pattern di risposte) continua ad essere quella più funzionale. Il nostro cervello registra che è una risposta valida, perché ci ha permesso di essere ancora vivi ed ogni altra risposta può essere pericolosa, perché mette a repentaglio la nostra stessa esistenza. Il problema è che queste risposte deformate ci danno esattamente e solamente quello: ci permettono di sopravvivere, ma non di crescere come individui. Sono statiche, fisse, depauperanti. Ci tolgono la ricchezza nella vita, ma ci lasciano quel poco ossigeno che basta per sopravvivere.

Questa situazione può andarci bene per molto tempo, anche per decenni, finché non ci guardiamo indietro e scopriamo quanto la nostra vita si sia impoverita, quanti aspetti potenzialmente piacevoli abbiamo lasciato dietro, quanta creatività abbiamo strozzato per paura: la paura di non potercelo permettere. Ecco che la psicoterapia interviene, come nuovo allenamento alla vita. Lì dove non ce lo siamo permessi, un’ora a settimana ci consentiamo di abbandonare un po’ di difese e vedere come potrebbe essere la nostra vita. E anche se ci sentiamo un po’ più deboli, abbiamo una persona di fronte a noi che ci guida e ci sostiene e che ci illumina in questo terreno buio. E così che con il tempo e con questo nuovo allenamento, tutto ciò che ci sembrava pericoloso lo diventa sempre di meno: quello che ci spaventava adesso lo vediamo con occhi nuovi e quello che ci sembrava impossibile da fare diventa naturale.

È un percorso, un viaggio che prevede sfide ed insidie, ma non siamo mai soli. C’è una persona di fronte a noi, una persona che ha compiuto il viaggio prima di noi ed è pronta ad accogliere le nostre paure ed i nostri dubbi e ad utilizzarli per passare insieme questo ponte sgangherato che porta al cambiamento. Una volta passato il ponte, siamo persone nuove: perone che rischiano un po’ di più, persone che vedono un po’ più lontano, persone pronte ad affrontare il viaggio da soli. Un po’ più forti, un po’ più sicuri.

DiSalvatore Torsi

Usa il tuo corpo

Comunemente si ritiene che il cervello sia l’organo nel quale risiede la memoria ed è una definizione che in linea di massima ricalca la realtà. Spesso ci si dimentica, però, che noi viviamo in uno stato di unità psico-fisica nel quale il corpo è l’altra metà della mela. Eppure sovente lo mettiamo in soffitta: perché? C’è una saggezza del corpo che tendiamo a voler celare. Il corpo sa e conosce molte cose che non hanno diretto accesso alla coscienza, ma sono lì, evidenti per chi vuole vederle. Non è un caso che molti esperti psicologi “ascoltino” il non verbale con la stessa attenzione (se non maggiore!) che rivolgono alle parole dette.

Celiamo molte informazioni su di noi nella rigidità muscolare, nella maniera nella quale ci sediamo, perfino nel modo in cui ci schiariamo la gola. Sono lì, a nostra disposizione e non dobbiamo fare altro che essere pronti ad osservarle. Fin da quando siamo piccoli ci viene insegnato a trattenere le emozioni, a moderare i nostri slanci, a stare tranquilli e tutta quell’energia repressa finisce lì, nel corpo, che ha una memoria infinita. Perché mentre riusciamo a nascondere bene le verità della mente, quelle del corpo sono così evidenti da non poter essere nascoste. Se non le vediamo è perché ci hanno educato a guardare da un’altra parte, a scotomizzare una parte della nostra consapevolezza. Oggi, però, siamo liberi di poterci riappropriare di questa energia repressa, di confrontarci con gli sforzi fatti in passato per neutralizzarla e usarla finalmente per i nostri scopi.

Impariamo a non essere la prigione del nostro corpo: amiamolo, usiamolo, spendiamolo. È la tua unica possibilità di essere vivi.

DiSalvatore Torsi

Guarire dagli attacchi di panico senza farmaci

Il cuore batte forte, la sudorazione aumenta, il petto comincia a dare fastidio e ci si sente sbandati, instabili. Si fa largo un senso di irrealtà che porta con sé la paura di perdere il controllo e di impazzire: brividi, vampate e vertigini fanno il resto. Quando nella nostra vita si verifica un attacco di panico, vuol dire che qualcosa non va. Gli eventi della vita che normalmente ci troverebbero preparati, si configurano come montagne insormontabili per le quali non abbiamo né l’equipaggiamento adatto, né la necessaria energia per poter intraprendere la scalata. Ma dove sono queste energie? Sopite, sono bloccate, congelate e con il terrore di uscire.

L’attacco di panico, come ogni sintomo, è la risposta del nostro organismo ad eventi stressanti e ansiogeni che insorgono nella nostra vita e ai quali si pensa di non avere le risorse per poterne far fronte. Una percorso di crescita personale riesce a rimettere in circolo quelle energie che sono bloccate e le mette a disposizione della persona per poter meglio affrontare la vita. Il nostro corpo ci parla costantemente e l’attacco di panico è un urlo che esso produce per poter essere ascoltato con maggior attenzione. E se l’ansia è forte, se la sensazione di non potercela fare è troppa, resta comunque a disposizione abbastanza energia per poter decidere che non vogliamo questo dalla nostra vita e che, anzi, vogliamo di più.

DiSalvatore Torsi

Mettiamoci in crisi

“Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle nello stesso modo. La crisi è la miglior cosa che possa accadere a persone e interi Paesi perché è proprio la crisi a portare il progresso. La creatività nasce dall’ansia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce le sue sconfitte e i suoi errori alla crisi, violenta il proprio talento e rispetta più i problemi che le soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. Lo sbaglio delle persone e dei Paesi è la pigrizia nel trovare soluzioni. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine, una lenta agonia. Senza crisi non ci sono meriti. È nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora perché senza crisi qualsiasi vento è una carezza. Parlare di crisi è creare movimento; adagiarsi su di essa vuol dire esaltare il conformismo. Invece di questo, lavoriamo duro! L’unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla.” Albert Einstein

Ci sono momenti nella vita nei quali le certezze che avevamo si sgretolano e si sfaldano un po’ alla volta. Finché tutto andava bene ci sentivamo forti, sicuri o che, comunque, potevamo farcela. Poi le cose mutano: la vita decide di metterci i bastoni fra le ruote e il mondo nel quale vivevamo cambia senza avvertirci.

È in questi momenti di crisi che la realtà come la conoscevamo viene stravolta e siamo costretti, nostro malgrado, a cambiare qualcosa per poterci riadattare. Abbiamo due possibilità: piangerci addosso e addossare il peso delle nostre sventure al destino, all’Universo, a qualcun altro; oppure possiamo guardarci dentro e osservare le risorse che abbiamo e che sicuramente, da sole, ci potrebbero far uscire con successo da questa maledetta crisi. Ma non basta ancora, perché così come una vita con troppe crisi è destabilizzante e fautrice di stress continuo, una vita senza crisi è spenta, piatta, vuota.

Spesso non ci mettiamo in crisi perchè siamo pigri, abbiamo paura del nuovo, temiamo il cambiamento. Così facendo, però, rendiamo la nostra vita sempre più povera, grigia, senza sbocchi.

Per essere felici dobbiamo metterci in crisi, ma per farlo abbiamo bisogno di osservare come la pigrizia ci sta spegnendo sempre di più, come la paura ci sta bloccando e come il timore di cambiare ci fa essere sempre uguali all’immagine impoverita che ci stiamo dando di noi, piuttosto che tendere all’immagine ricca e fiduciosa che abbiamo tutte le possibilità di vivere. Perché la vera crisi è prima di tutto crisi della speranza: di non potercela fare a crescere, ad essere più felici, a poter cambiare in meglio senza perdere quel poco che abbiamo raggiunto.

Un percorso di crescita personale agisce lì dove la speranza è venuta a mancare e si evita la crisi e qualsiasi stravolgimento che possa togliere un po’ di polvere alla vita. Funziona come un motore per permettere alla nostra vita di procedere verso una direzione che noi vogliamo per noi stessi e non quella che qualcun altro ha deciso per noi.

Ma una condizione necessaria è proprio quella di correre un rischio, mettersi in crisi e avere la volontà di cambiare. Per il meglio. Per sé stessi.

DiSalvatore Torsi

L’autonomia aumenta il benessere

Sentirsi autonomi e indipendenti aumenta il senso di benessere più di quanto faccia il sentirsi in buona salute. Questo è ciò che emerge da una meta-analisi effettuata da ricercatori a Wellington, Nuova Zelanda. La ricerca ha preso in esame 638 studi (su oltre 420.000 partecipanti) che rivolgevano domande per quanto concerne la loro salute, ricchezza e felicità. I ricercatori hanno scoperto che individualismo, libertà personale e autonomia erano i maggiori predittori di benessere. Mentre i soldi aiutano a soddisfare i bisogni di base, il fattore che sembra determinare maggiormente il benessere, è la possibilità di operare ed agire secondo le proprie scelte. Lo studio ha anche osservato, inoltre, che troppo individualismo divide le famiglie e causa ansietà, riducendo la sensazione di benessere. (Journal of Personality and Social Psychology, Vol.101, No. 1)

Sentirsi bene, in parole povere, è direttamente correlato alla capacità di agire e comportarsi secondo i propri bisogni, i propri istinti, la propria volontà. Troppo spesso, però, queste facoltà sono represse e finiamo per soffocare i nostri bisogni, per assecondare quelli degli altri; reprimere i nostri istinti, recidendo la nostra parte più naturale; assopire la nostra volontà, in favore di decisioni che altri hanno preso per noi.

Un percorso di crescita personale ha come scopo non l’individualismo, che porta alla perdita di contatti umani e a livelli maggiori di ansietà, ma all’autonomia, che consente di poter andare nel mondo liberi, senza bisogno dell’appoggio dell’altro per poter camminare con le proprie gambe, ma con la consapevolezza che l’altro c’è come possibilità e ulteriore fonte di crescita. Troppo spesso perdiamo le gambe per poter essere portati in spalla dagli altri, ma quando gli altri non ci sono non sappiamo dove andare. Cominciamo a guidarci da soli.

DiSalvatore Torsi

Impariamo a litigare

Esistono mondi che hanno bisogno della cartina per essere visitati. Sì, certo, ci si può dirigere a tentoni, prendendo una strada dopo l’altra e tornando indietro in caso di errore, ma è una strada lunga ed impervia e non è detto che non ci si perda. Litigare con le altre persone è uno di questi mondi difficilmente esplorabili, con un’altissima probabilità di perdere la bussola e trovarsi a rigirare su sé stessi, consci di sbagliare strada, ma testardi nel non fermarsi a chiedere informazione.

Obiettivi lessicali L’arte del litigio prevede una prima, fondamentale regola: vietato assolutizzare. Banditi termini come “mai”, “sempre”, “tutto” che sono il punto d’appoggio per rovesciare il tavolo del discorso con tutto ciò che c’è sopra. La relativizzazione della situazione è un perfetto punto di partenza per trovare una via d’uscita. “Spesso” è un termine molto più aderente al vero e che addolcisce una pillola già di per sé molto ostica da mandar giù.

La seconda regola è la soggettivazione delle sensazioni: non cercare di allontanare da sé il problema ponendolo in una realtà lontana e a portata di tutti. Le sensazioni, si sa, appartengono a chi le prova, non si trovano nell’aria. “Metti le persone a disagio” è un pessimo modo di rapportarsi ad una sensazione che può essere capita proprio perché vive dall’altra parte; molto meglio un “mi sento a disagio quando ti comporti in questo modo“: libero, circostanziato e sincero. Un corollario della regola precedente, consiste nell’evitare le frasi che cominciano con il “tu sei”. Assolutamente. “Tu sei insensibile” non è un giudizio, è semplicemente un’offesa che non apporta contributi alla discussione. “Io sento che i miei sentimenti non vengono condivisi”è un TomTom per la strada dell’altrui comprensione. Che magari è proprio il motivo per il quale si è cominciata la lite.

Obiettivi psicologici Un altro fattore di estrema importanza è cercare di capire cosa ci ha irritato e perché. Non tutto ci crea le stesse sensazioni in ogni ambito: in questi casi è molto probabile che non sia un fattore esterno a scontrarsi con la nostra sensibilità, ma che in quel momento c’è un nervo aperto che si irrigidisce molto facilmente. Che i nostri difetti siano quelli che peggio tolleriamo negli altri è un dato abbastanza evidente, per cui una bella analisi di coscienza è propedeutica nel capire cosa, dell’altro, ci ha dato tanto fastidio. E chiedersi perché, magari, quel difetto è tanto intollerabile per noi stessi.

Obiettivi finali Punto focale è visualizzare gli obiettivi e le conseguenze della lite: si litiga sempre e comunque per un obiettivo finale che può andare dallo sfogo momentaneo, al semplice disaccordo su una questione, alla lotta per la supremazia. Discutere se il maglione sia blu scuro o nero non è un momento di lotta per il predominio dei sensi. Non si vince nulla, si perde solo. Così come, d’altra parte, affrontare la questione del dove passare le vacanze di Natale è un perfetto esercizio di cooperazione per un obiettivo comune, che è poi quello di trascorrere un bel periodo insieme.

Non si può non litigare è l’ultima, fondamentale regola. Combattere per una causa è un istinto primordiale e non può essere estirpato se non con un grosso atto di perversione. Il litigio, però, deve essere un momento di riflessione, un momento di conoscenza dei nostri limiti e delle nostre idiosincrasie. Noi non siamo perfetti, alle volte abbiamo ragione, altre volte torto marcio: ricordiamoci di queste ultime nel momento in cui affermiamo la nostra verità. Ci servirà per compiere quel passo indietro fondamentale per riprendere la via giusta.

DiSalvatore Torsi

Confini naturali e confini immaginari

Ci sono confini naturali e confini immaginari. La nostra pelle, ad esempio, è un confine naturale: divide quello che è interno da ciò che sta all’esterno e protegge il resto del corpo dalle aggressioni. Anche la nostra mente, però, ha un confine che la difende dalle aggressioni che arrivano dall’esterno e, molto più spesso, da quelle che giungono dalla mente stessa. I meccanismi di difesa della mente l’aiutano a stare in salute, a essere maggiormente concentrata sulle difficoltà che incorrono nella vita di tutti i giorni e ad essere, in un certo senso, più efficiente nel duro compito della sopravvivenza. Non ricordare un trauma infantile, ad esempio, può essere estremamente funzionale se si è occupati a doversi trovare da mangiare o a migrare per sfuggire ai predatori.

Nella nostra società e nella nostra epoca, però, le necessità legate alla sopravvivenza sono quasi del tutto sparite e i meccanismi di difesa che in situazioni di forte stress mantengono la mente in salute, agiscono contro il nostro benessere, consumando un’enorme quantità di risorse e ostacolando la nostra crescita. Essi creano un confine immaginario che si intromette fra di noi e la nostra realizzazione come individui, blocca le possibilità di crescere e, alla lunga, ci crea malessere e disagio psicologico. Agiscono inconsciamente e non c’è modo di controllarli se non conoscerli, osservarli e capire a cosa servono e se sono funzionali.

Così come la palle (confine naturale) è una membrana semi-permeabile che consente a talune sostanze di passare all’interno e all’esterno, così la mente può essere conosciuta e si può imparare a far sì che entri ed esca solo quello che si desidera, che può essere funzionale oggi, che possa consentire alla persona una vita più ricca e completa. Perché il pericolo maggiore, in questi casi, è che le difese della mente diventino così insistenti ed aggressive da non consentire più a nulla di passare, né in una direzione, né in un’altra, causando un blocco nella nostra crescita individuale. Un percorso di crescita personale non può prescindere dal comprendere i meccanismi di difesa che, oggi, non ci difendono più ma, piuttosto, ci ostacolano e ci bloccano.

DiSalvatore Torsi

Il costume e la maschera

Quand’ero piccolo ero convinto che il vero eroe fosse Superman: forte, dinamico, con superpoteri. Dietro di lui, Clark Kent: un ometto mansueto, remissivo, persino fastidioso. Figura e sfondo, gloria e umiliazione si alternavano fantasiosamente con un cambio di vestito. La morale è semplice: dietro ogni uomo semplice, c’è la possibilità di fare cose gloriose. Basta travestirsi ed il gioco è fatto. Non avevo capito che, in effetti, era Superman a travestirsi da Kent. Perché lo faceva? Per sentirsi amato, accettato, integrato. Ed è così che facciamo tutti, quasi quotidianamente.

Possediamo in nuce le capacità di spiccare il volo, eppure le oscuriamo, le camuffiamo, le mascheriamo per farci accettare di più dagli altri. E lo facciamo così bene, da così tanto tempo, che neppure ci accorgiamo più qual è la maschera e quale siamo veramente noi. Ma essere Superman non significa, necessariamente, avere superpoteri e saper affrontare qualunque impresa: significa avere le capacità e le possibilità di farlo. E ogni tanto significa pure essere sensibili alla kriptonite. Quando questo succede andiamo nel panico: non ci perdoniamo sbagli, errori, mancanze. Non è da Superman, non è da noi.

Cosa significa, dunque, essere più che uomini? Significa, probabilmente, accettare i nostri limiti, le nostre finitezze, i nostri punti deboli e rivestirci anche di questi. Implica muovere le nostre parti più nobili e le parti meno nobili, perché solo il fatto che sono nostre sono nobilitate. Significa guardarsi allo specchio ed osservare che, in fondo, la maschera che indossiamo non ci fa essere più felici, il costume che portiamo non ci rende più amati, perché il vero amore è per ciò che siamo veramente, e non per quello che vorremmo essere, potremmo essere. E finché non saremo amati per quello che davvero siamo, non saremo mai davvero amati.

DiSalvatore Torsi

Affrontare l’enurési notturna

Nonostante l’enurési sia un problema molto diffuso (ne soffre il 15% dei bambini di più di 5 anni) e comporti problemi finanziari, psichici ed emotivi nei soggetti e nelle famiglie coinvolte, viene troppo spesso sottovalutato da clinici e pediatri che affrontano il ritardo nell’acquisizione del controllo notturno come un risultato che prima o poi avverrà. Se ciò è pur vero, il processo può tuttavia impiegare diversi anni e portare con sé un grosso carico di imbarazzo e altri disordini dovuti dall’enorme mole di stress accumulato, che altro non fanno che acuire ancora di più la problematica in essere.

Ma cos’è, in effetti, l’enuresi? È un’urinazione involontaria o volontaria ripetuta nel tempo, con episodi ricorrenti almeno per due volte a settimana e per almeno tre mesi consecutivi. Per poter essere diagnosticata, il bambino deve avere almeno 5 anni ed aver raggiunto un grado di sviluppo in tutte le altre aree pari alla sua età.

Vi sono diversi tipi di enuresi: enuresi notturna, nella quale il problema si presenta solo di notte; enuresi diurna, solo il giorno; enuresi mista, sia il giorno che la notte. È primaria quando il bambino non ha mai smesso di bagnare il letto, secondaria quanto, invece, per un periodo superiore ai 6 mesi questo problema era scomparso e poi è riapparso. Quali sono le cause dell’enuresi? Per lo più genetiche: i bambini i cui genitori hanno entrambi precedenti di enuresi hanno il 77% di probabilità di sviluppare questo problema contro il 43% dei bambini con un solo genitore che ha sviluppato questo problema (ed appena il 15% di quelli in cui in nessuno dei genitori si è presentato).

Altre cause possono essere la scarsa capacità di svegliarsi dal sonno, una ridotta capacità della vescica, un ritardo dello sviluppo, una ridotta secrezione notturna di ADH o ormone antidiuretico e, ovviamente, fattori psicologici derivanti dallo stress. Come si interviene? Uno dei sistemi migliori di intervento è quello incentrato sui sistemi di allarme sonoro (come luminoso e a vibrazione) che avvertono il bambino quando sta bagnando il letto e gli consentono di alzarsi e recarsi in bagno. Ma non è un sistema che può essere sempre utilizzato.

Una terapia supportiva unita ad esercizi per implementare la percezione e l’attitudine alla pulizia sono forme d’intervento incentrate non solo sul problema specifico, ma migliorative di uno stato di benessere e di salute generale. Da tenere a mente. Nonostante la diffusione del problema, solo un numero minimo di pediatri e clinici in generale offre un efficace e reale trattamento per l’enuresi. Uno dei motivi principali è dovuto al fatto che vengono prese in esame soprattutto disfunzioni fisiche e sottolineato il ruolo dei fattori medici, senza mettere in risalto la componente emotiva e psicologica che può essere causa del disturbo e che, irrimediabilmente, accompagnano il disturbo stesso.

Una volta accertata l’assenza di condizioni mediche generali, molti pediatri semplicemente si astengono dall’operare qualsiasi trattamento, sostenendo che comunque il problema si risolverà da solo, sottostimando decisamente i risvolti negativi che un intervento del genere può avere sul bambino e sulla famiglia. Qualsiasi genere di trattamento non può prescindere dall’aiutare e sostenere il bambino (ed la famiglia) in un momento carico di contenuti emotivi difficili da affrontare, soprattutto se risultano sottostimati e non compresi.

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